PNL

Creare la coscienza del condominio (così come del gruppo)

Da un po' di tempo a questa parte sto collaborando con un amministratore di condominio della mia città e, devo dire, sto scoprendo un molto affascinante e avvincente su cui riferirò molto volentieri. Il lavoro dell'amministratore di condominio, abbiamo convenuto, è uno i quelli che più si trasformato negli ultimi 20 anni. O meglio, ciò che è cambiato sono le relazioni che l'amministratore vive, si deve gestire, sfrutta e subisce nel suo mestiere. E' davvero un mestiere difficile che richiede passione, cosa che in pochi sarebbero disposti ad attribuire al proprio amministratore di condominio, ma tant'è.

Come primo elemento è emerso l'elevato tasso di conflittualità di alcune assemblee che, ai giorni nostri, sta diventando sempre più frequente e complesso da gestire. Sempre più spesso l'amministratore si accorge di aver a che fare con pulsioni, sentimenti e dinamiche che poco hanno a che vedere con il rifacimento di una facciata delle le tubature quando non la manutenzione del giardino. L'assemblea di condominio (come molte altre assemblee-riunioni di tutt'altra natura) diventa per diversi soggetti il mezzo per esprimere delle frustrazioni che si travestono da questioni condominiali, ma che tali non sono, semplicemente ne sono il tramite

Ciò che per ora ho avuto modo di notare è che tali conflittualità sono generati principalmente da due fattori: mancanza di relazione e comunicazione  tra i condomini al di fuori dell'assemblea e mancanza di regole, riferimenti, valori e confini all'interno dell'assemblea. Cose che spesso, per dirla in bergamasco, sono "laùr cumpaign" (trad. "cose che vanno assieme"). Se non c'è relazione o se questa è scarsa, non c'è modo di creare regole, consuetudini e valori che accomunino le parti. Potrà sembrare paradossale, ma l'assemblea è l'occasione per avviare delle relazioni tra condomini e lì dichiarare i valori che governano l'assemblea stessa, nonchè la vita collaborativa del condominio. A questo proposito il mio cliente, una volta sviluppato assieme questo pensiero, mi ha dato, forse involontariamente, una definizione che mi è piaciuta molto, ovvero: "bisogna creare la coscienza del condominio". EUREKA!

Il condomini confliggono principalmente perchè non si sentono parte di una cosa comune, ma si sentono separati e spesso conccorrenti (mors tua-vita mea) . Affinchè la conflittualità scenda ai minimi termini, chi presiede l'assemblea, in collaborazione con chi riveste direttamente il ruolo di amministratore, è bene che mettano il gruppo di fronte al fatto che sono sulla stessa barca, che sono "connessi" e che il bene di cui si parla è il bene collettivo. Si devono esplicitare dei valori di riferimento che facciano da criterio di analisi e di scelta per ogni delibera e che, allo stesso tempo, siano GARANZIA per chiunque.

La sindrome mors tua-vita mea scatta infatti in un regime selvaggio, in cui non c'è (ancora) nè legge nè garanzia che tuteli chicchessia, per cui ciascuno tenta di imporre la propria legge, la propria coscienza.

Seguiranno aggiornamenti...

 

50 centesimi a parolaccia

Mai regola fu più efficace. Come sa chi mi segue da un po' di tempo, una delle mie attività di supporto alle aziende è quella di presenziare e moderare le riunioni più complesse o ritenute più "a rischio", dove l'energia è tanta e le soluzioni non immediate. L'obiettivo di queste riunioni e della mia moderazione è quello di garantire e guidare un buon flusso della comunicazione tra le persone presenti, aiutarli a sviluppare correttamente le argomentazioni, dandogli tempi, chiedendo di strutturare correttamente i loro propositi ecc. Sta di fatto che, pur tenendo i tempi e concedendo delle pause di decompressione, si arrivi verso la fine (parliamo di una riunione di 3 ore) in cui i partecipanti cominciano a perdere lucidità e ad attivare una serie di strategie non coscienti per "tenersi su". Una di queste strategie è la ricerca dello scontro attraverso la provocazione ed il turpiloquio. Per carità, siamo di questo mondo, e certe parole non spaventano più nessuno, il problema è però che quando si discute di temi strettamente operativi, la relazione tra le parti rischia di prevalere ed il contenuto di perdersi tra le righe.

Questa è anche una delle ragioni per cui una riunione è bene che non duri mai più di due ore, perchè dopo la resa del gruppo crolla verticalmente e, come dicevo, si attivano delle strategie che non aiutano il processo creativo, anzi. Quello che accade è che attraverso un'iperstimolazione delle parti attraverso la reciproca provocazione, non solo la riunione rischia di protrarsi all'infinito senza risultati effettivi, ma ciò che è ancora peggio è che alcuni partecipanti al gruppo, proprio perchè rifiutano certe modalità, si autoescludono dal gruppo, abbassando ulteriormente la resa della riunione.

Guardacaso chi tende ad autoescludersi da queste situazioni sono le donne, anche perchè spesso il turpiloquio comincia ad assumere delle connotazioni di carattere sessuale che a delle signore o signorine con uno straccio di amor proprio possono dare davvero fastidio... e c'è da capirle.

Sta di fatto che proprio ieri, notando questo fatto proprio davanti ai miei occhi, ho stabilito la multa di 50 centesimi a parolaccia (da versare poi nel fondo per la pizza aziendale). La cosa è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma è stata accettata di buon grado, segno che probabilmente avevo centrato il bersaglio. Guardacaso, immediatamente dopo l'inserimento immediato di questa nuova regola (ho istituito anche la multa di 1€ per ogni minuto di ritardo rispetto all'orario ufficiale d'inizio riunione) le donne sono "rientrate" nel gruppo e si è arrivati ad una conclusione. Devo ammettere che alla fine della rinuione mi sentivo più alto di una spanna :-)

Davide Paolillo

 

Le relazioni ai tempi della cassa integrazione.

Diciamolo, ci sono stati tempi migliori per il Made in Italy. Diverse aziende, mie clienti o meno, in questo periodo si trovano a dover fare “cassa”. Alcune o non l'hanno mai conosciuta oppure non la subivano da 40 anni (sia chiaro che la maggior parte delle aziende non supera i 18), trovandosi così impreparate a gestirla non tanto da un punto di vista economico-retributivo, quanto da un punto di vista socio-organizzativo. Capita che nei giorni di lavoro lo stress sia altissimo, che si debba fare in 4 giorni il lavoro di 5; capita che qualcuno si fermi senza sapere se gli verranno pagati gli straordinari o meno; capita che qualcuno cominci a sentirsi in “esubero” e cominci a generare tensione all'interno del proprio gruppo. Capita soprattutto che molte persone, incerte del futuro, o vadano in tensione, oppure abbandonino addirittura la nave.

Se non per amore, almeno per soldi! ovvero il senso della condivisione delle scelte strategiche in azienda.

 

Qualche tempo fa mi è capitato di condurre una riunione in azienda in cui emergeva come, in un determinato reparto, il cambio di determinati macchinari, per altro vetusti e francamente pericolosi, invece di suscitare un minimo di soddisfazione, al contrario, avevano stimolato negli operatori una reazione tra il rifiuto e la passività.

Nello specifico si notava l'emersione di atteggiamenti nuovi negli operatori (generalmente piuttosto partecipi nel rimediare ad un problema), ovvero una forte auto-deresponsabilizzazione in tutto ciò che faceva la nuova macchina. Ad esempio, se la macchina non lavorava secondo le aspettative, invece di capire cosa si dovesse regolare, chiamavano direttamente il capo che aveva provveduto alla scelta e all'acquisto del macchinario e demandavano a lui, esclusivamente, la risoluzione del problema tecnico. Va da sé che un simile atteggiamento stava cominciando a creare, oltre che un sensibile disappunto nella dirigenza, anche un aumento dei costi e dei tempi di produzione: tutto il contrario rispetto agli obiettivi che ci si era prefissati con l'acquisto delle suddette macchine.

L'uso scriteriato dell'email

 

Ovvero l'illusione (pigra) della comunicazione.

Che prodigio l'email! Davvero può  essere definita una delle migliori invenzioni del secolo; ma come tutte le invenzioni, oltre ad avere dei limiti, si rischia spesso di utilizzarla impropriamente, attribuendole un campo di validità spropositato, dandole degli attributi che non ha.

Nello specifico mi sto accorgendo come nell'analisi della comunicazione in azienda, le parti in attrito si difendano dicendo testualmente “ma io ho mandato l'email”... Un po' come se dietro il tasto di invioci fosse un'assoluzione automatica, una modalità di comunicazione che non prevede un ritorno, un feed back.

Il Management delle Emozioni

Parlare di emozioni in un ambiente produttivo, quando non direttamente manifatturiero ha sempre un che di dissacrante, di proibito, eppure le emozioni sono comunque presenti nel nostro vivere quotidiano, anche all'interno di un processo di produzione manifatturiera. Innanzitutto vi è da chiarire che cosa s'intende per “emozione”. Ciò che a mio avviso crea resistenza in ambiente aziendale è il fatto che si confonda l'emozione con la fragilità emotiva, come qualcosa di incontrollabile e non razionale che mal si rapporta con un ambiente che invece necessita di precisione, padronanza dei mezzi e dei processi. L'emozione o l'”intelligenza emotiva”, per dirla come Goleman, è tutt'altra cosa. L'emozione è una super-informazione che cerca di comunicarci qualcosa di importante e fondamentale che a livello esclusivamente cosciente-razionale rischiamo o stiamo rischiando di trascurare. L'emozione può essere raffigurata sia come una guida che come una sentinella. Una guida per ciò che vogliamo raggiungere, una sentinella per ciò che ci potrebbe fare male.

Perchè sforzarsi di essere professionali ed eleganti quando per acquisire un cliente basta una “stecca”?

L'altro ieri stavo conducendo un gruppo con dei commerciali, tra cui era presente anche il titolare d'azienda. Si lavorava sulla costruzione del “rapport”, della relazione efficace in situazione di vendita e non solo, di come sia fondamentale entrare in sincronia e in sintonia con l'altro se vogliamo poi guidarlo verso di noi ed eventualmente verso la conclusione di una vendita o di un accordo. Abbiamo analizzato una serie di casi, abbiamo fatto le nostre esercitazioni, ma poi con estrema chiarezza è emerso un tema spinoso, ovvero quello per cui, soprattutto in fatto di nuovi clienti di grandi dimensioni, la qualità non è sempre primaria, ma ahimè, ciò che apre le porte è il “vantaggio” personale che un responsabile acquisti può trarre da un contratto di fornitura. Il mondo è anche questo...

Una riflessione su Mirafiori attraverso la PNL sistemica

Una cosa è certa, la vicenda FIAT di questi giorni non può lasciare indifferenti. Si tratta, nel mondo delle relazioni industriali di una forte rottura di schema. Nel bene come nel male. Sia chiaro che tutto ciò accade in un contesto, quello italiano, in cui tali relazioni deficitavano di aggiornamento da diversi decenni. Il problema è che tale aggiornamento è stato tentato da una parte (la proprietà) secondo delle dinamiche, mi permetto, piuttosto forzate. Al di là del contenuto dell'accordo, in cui non ho intenzione di entrare, dato che non è questo il mio lavoro, mi preme porre l'accento sul modo in cui è stata costruita la relazione "umana"  tra le parti.

La moneta di scambio in una relazione di lavoro

Qualche sera fa', la trasmissione Report ha dedicato una parte della puntata ad un tema molto interessante, ovvero la differenza tra ricchezza e occupazione di un paese quando non di un'azienda. La trasmissione ha impostato l'analisi del tema soprattutto da un punto di vista degli indicatori, dimostrando come il PIL oggigiorno sia un indicatore monco per farci capire come vanno le cose, al tempo stesso mostrava come seguendo esclusivamente il PIL, a discapito di altri indicatori capaci di interpretare il rapporto con l'ambiente e il benessere sociale, la relazione tra le parti converga inevitabilmente verso uno sfruttamento pesante di una parte sull'altra e con prospettive di brevissimo termine.

Ora, oltre al tema filosofico-economico trattato dalla trasmissione, ciò che mi è venuto in mente, e di cui poco-troppo-poco si parla, è di come una volta impostata una relazione, questa relazione sia bi-direzionale. Mi spiego, se il collegamento tra due soggetti, ad esempio un titolare ed un suo dipendente, si regge sullo sfruttamento della parte forte sulla parte più debole, se in principio questi ruoli possono essere facilmente identificabili  forte=titolare, debole=dipendente, teniamo presente che tutto scorre, e che si tratta di un gioco, oltre che miope, piuttosto pericoloso. 

l'ossatura etica per la forza vendita: una necessità aziendale.

Venditori ed etica sono due termini che non smpre si vuole far andare a braccetto. Molte imprese a propensione commerciale pongono come unica clausola l'obiettivo di vendita, poco importa come lo si raggiunge, salvo casi eccezionali. Altre aziende invece scelgono di darsi un taglio da bravi ragazzi, o come si dice da queste parti, da brài stcetc', termine che difficilmente si abbina alla grinta di cui ha bisogno un buon commerciale. La giusta strada, tanto per cambiare, sta nel mezzo. Senza un minimo di spregiudicatezza si resta al palo, vedendosi sorpassare troppo spesso da concorrenti molto meno validi.