empowerment

Se non per amore, almeno per soldi! ovvero il senso della condivisione delle scelte strategiche in azienda.

 

Qualche tempo fa mi è capitato di condurre una riunione in azienda in cui emergeva come, in un determinato reparto, il cambio di determinati macchinari, per altro vetusti e francamente pericolosi, invece di suscitare un minimo di soddisfazione, al contrario, avevano stimolato negli operatori una reazione tra il rifiuto e la passività.

Nello specifico si notava l'emersione di atteggiamenti nuovi negli operatori (generalmente piuttosto partecipi nel rimediare ad un problema), ovvero una forte auto-deresponsabilizzazione in tutto ciò che faceva la nuova macchina. Ad esempio, se la macchina non lavorava secondo le aspettative, invece di capire cosa si dovesse regolare, chiamavano direttamente il capo che aveva provveduto alla scelta e all'acquisto del macchinario e demandavano a lui, esclusivamente, la risoluzione del problema tecnico. Va da sé che un simile atteggiamento stava cominciando a creare, oltre che un sensibile disappunto nella dirigenza, anche un aumento dei costi e dei tempi di produzione: tutto il contrario rispetto agli obiettivi che ci si era prefissati con l'acquisto delle suddette macchine.

Potere e responsabilità: prendere o lasciare?

Se a molti piace il potere, non a tutti piace la responsabilità, tanto da rinunciare talvolta al potenziamento (o empowerment) della propria figura professionale.  In un'azienda rete, piccola o grande che sia, un'azienda dove la comunicazione deve viaggiare rapida, chiara e continua, è fondamentale che i ruoli presenti in azienda siano gerarchicamente il più vicini possibile. In apparenza chi sta gerarchicamente "sotto" non dovrebbe che essere contento di un simile appiattimento strutturale, sapere che gli si chiede un contributo in termini di idee oltre che di mano d'opera dovrebbe lusingarlo, a rigor di logica. Sta di fatto che spesso tale sano "appiattimento" gerarchico viene respinto dal basso.

Contribuire in termini di idee e progettualità non fa sempre piacere. Non tanto per ragioni di orario o di salario, ma perché ci si assume delle responsabilità morali. In questi anni si è fatto un gran parlare di empowermet di toyotismo e di tutte quelle prassi che per ragioni storiche dovevano contribuire oltre che ad un miglioramento dei processi di produzione, anche ad un'emancipazione della "base". Sta di fatto che troppo spesso ci si è dimenticati di considerare la zona di comfort che un rapporto classicamente gerarchico può generare anche in chi dovrebbe soffrire di questa gerarchia. Un forte gerarchia è fortemente deresponsabilizzante, per qualcuno può essere una posizione molto comoda: si tirano le otto ore e qualsiasi cosa accada la responsablità del successo è di chi sta sopra. Chi non si sente "responsabile" non sente nemmeno quei vincoli di appartenenza che legano anche emotivamente un lavoratore alla propria azienda.